Una donna, una scelta coraggiosa e il desiderio di ricominciare. In Io sono Lorena, pubblicato da Terre Sommerse, Lucia Barbera racconta un percorso di rinascita che attraversa il dolore, la paura del giudizio e la ricerca della propria identità.
Tra Parigi e la provincia ligure, Lorena affronta il passato per trovare la forza di costruire il proprio futuro. Architetto e appassionata di teatro, Barbera porta nella sua scrittura attenzione agli spazi, ai dettagli e ai gesti, dando vita a una protagonista fragile e forte allo stesso tempo.
In questa intervista, l’autrice ci parla della nascita di Lorena, dei luoghi che ne accompagnano il viaggio e del valore dell’accettazione e dei legami umani.

1.Il romanzo si apre nel 2006 con una scelta di rottura forte e coraggiosa da parte di Lorena. Quanto è importante per te raccontare figure femminili che scelgono di non subire le circostanze ma di rimettersi in gioco, a costo di affrontare il dolore?
Credo sia fondamentale. Spesso la letteratura ha confinato le donne in ruoli passivi o di pura sofferenza. Volevo dimostrare che il dolore, pur essendo inevitabile quando si compiono scelte radicali, può diventare il motore di una rinascita. Lorena non è un’eroina senza macchia, ma una donna reale che decide di prendere in mano le redini del proprio destino.
2. Parigi e la provincia ligure non sono solo sfondi geografici, ma veri e propri spazi dell’anima. In che modo questi due mondi così diversi riflettono le diverse fasi evolutive ed emotive della protagonista?
Parigi rappresenta l’altrove, lo spazio della libertà e della sperimentazione dove Lorena può esplorare e costruire la sua vera identità, lontano dagli sguardi del passato. La provincia ligure, al contrario, è il luogo del ritorno e dello scontro con le radici; un ambiente più intimo e a tratti claustrofobico, ma necessario per chiudere il cerchio e fare pace con la propria storia.
3. Lorena porta con sé il peso di un segreto e la paura costante del giudizio e dell’abbandono, trovando però una dimensione di autentica solidarietà in contesti inaspettati, come il Teatro di Pigalle a Parigi. Qual è il messaggio profondo che volevi trasmettere sul valore dell’accettazione e della comunità?
Il messaggio è che la salvezza raramente arriva facendo tutto da soli, ma si costruisce attraverso i legami. Luoghi come il Teatro di Pigalle dimostrano che l’arte e gli spazi di condivisione sono in grado azzerare i pregiudizi, creando famiglie elettive dove l’accettazione non è una concessione, ma la base naturale della convivenza umana.
4. Questo è il tuo secondo romanzo, impreziosito da una scrittura ricca di dettagli sensoriali. In che modo il tuo background e le tue passioni – dall’architettura al teatro – influenzano il tuo modo di “costruire” le scene e i personaggi sulla pagina?
L’architettura mi insegna a gestire lo spazio, i volumi e la luce all’interno della narrazione; quando descrivo una stanza o una via di Parigi, la “disegno” prima nella mia mente. Il teatro, invece, mi aiuta a calibrare il ritmo dei dialoghi e la presenza scenica dei personaggi, permettendomi di far emergere la loro interiorità anche attraverso un semplice gesto o un dettaglio sensoriale.
Roberta Fusco