Sanmartin, il nuovo album dei Grama Tera pubblicato da Folkest Dischi, è un disco che si ascolta come si attraversa una soglia: lasciando alle spalle qualcosa di noto e accettando di entrare in una geografia più ampia, fatta di strade, partenze, voci, stagioni e ritorni possibili. Al centro del progetto ci sono Umberto Poli, multistrumentista, arrangiatore e produttore, e Ricky Avataneo, cantante, chitarrista e autore, musicisti impegnati da tempo in un lavoro di ricerca sulla tradizione piemontese e sulle sue molteplici forme di sopravvivenza; insieme trasformano la memoria popolare in materia viva, capace di dialogare con la canzone d’autore e con una sensibilità contemporanea mai ornamentale, sempre attenta a ciò che una storia antica può ancora dire al nostro presente. Sanmartin nasce così dall’incontro tra il patrimonio orale di una terra e il bisogno, profondamente attuale, di dare un senso ai propri spostamenti interiori: sedici tracce, divise equamente tra brani tradizionali e composizioni d’autore, nelle quali folk, blues e rock si intrecciano con naturalezza.
Il viaggio è il cuore dell’album e, ascoltandolo, appare subito evidente che non coincide soltanto con lo spostamento da un punto all’altro: è necessità, fuga, ricerca, trasformazione; è il gesto con cui una persona prova a sottrarsi a una condizione, a cercare una possibilità, a misurarsi con l’incertezza.
Il titolo richiama il “fare San Martino”, quell’antica consuetudine piemontese per cui l’11 novembre, alla fine dei lavori agricoli e dei contratti, chi non otteneva un rinnovo doveva lasciare casa e campi per cercare altrove la possibilità di ricominciare. In questa espressione, che ancora oggi può significare traslocare, convivono la concretezza di un destino economico e la vertigine di ogni cambiamento: la casa abbandonata, la strada davanti, il timore di non sapere dove si arriverà. Persino i “bogianen”, i piemontesi tenaci e radicati alla propria terra, prima o poi possono essere chiamati a muoversi. Sanmartin ascolta proprio quel momento sospeso tra una fine e un nuovo inizio, quando la nostalgia non ha ancora assunto la forma del ricordo e il futuro è soltanto una direzione incerta.
La prima porta d’ingresso nel mondo dell’album è Taboj che racconta, con una vitalità quasi fisica, che ogni cultura resta viva quando incontra qualcuno, quando si lascia attraversare, quando smette di considerarsi un possesso e diventa relazione. Da lì il disco prende il largo e Fare fortuna porta con sé una malinconia più raccolta, quella di chi parte perché restare non è più sufficiente, forse non è più possibile. Nel brano si avverte la tensione tra il desiderio di una vita diversa e il peso di ciò che viene lasciato indietro: la fortuna è una promessa luminosa, ma la strada per raggiungerla ha il colore delle separazioni.
Io parto per l’America amplia quella stessa prospettiva e la spinge verso un orizzonte mitico, nel quale l’America è insieme luogo reale e immagine assoluta del possibile. L’ascolto produce una sensazione ambivalente: il ritmo sostiene il passo, ma dentro quel passo rimane l’eco di una casa, di una lingua, di una terra che continua a viaggiare con chi parte. Il sogno di ricominciare altrove non è mai del tutto libero dalla paura di perdersi; eppure proprio questa contraddizione rende il brano umano, vicino, capace di parlare a chiunque abbia mai immaginato che la propria vita potesse iniziare davvero soltanto oltre una frontiera.
In Farfalla di Caraglio il viaggio cambia direzione e diventa ritorno nella memoria familiare. Qui il tempo non scorre in linea retta: si deposita nelle voci, nei gesti, nei nomi, nelle fotografie interiori che riemergono durante l’ascolto. La canzone sembra cercare una persona o un’immagine custodita da generazioni, seguendo il movimento fragile e imprevedibile di una farfalla; e proprio la presenza del violoncello e della voce di Simona Colonna contribuisce a rendere il brano intimamente corporeo, come se la memoria avesse un respiro, una temperatura, un punto preciso del petto in cui farsi sentire.
Con Naufragi dla barca Valentin-a il paesaggio si fa infine protagonista e la musica compie una trasformazione quasi leggendaria. Una storia reale, legata a una barca e a un naufragio, si allontana dalla cronaca senza perderne il dolore: passa attraverso la voce, l’acqua, la memoria collettiva e diventa racconto condiviso. Il Po può assumere la vastità di un mare, le sue acque torbide diventano una frontiera, il paesaggio piemontese si carica di una forza epica che non ha bisogno di abbandonare la propria concretezza. La voce di Eridano, affidata a Sandro Boniface, sembra provenire da una dimensione intermedia, dove gli uomini, i fiumi e le loro vicende appartengono allo stesso destino. È uno dei momenti in cui Sanmartin rivela con maggiore chiarezza la propria natura: non una raccolta di canzoni sul viaggio, ma un viaggio esso stesso, capace di passare dalla casa alla strada, dal lavoro alla fuga, dalla risaia al Mississippi immaginario, dalle montagne della Valsusa e della Valle d’Aosta al Monferrato, senza smarrire il filo della propria identità.
La forza del disco sta anche nella sua capacità di non separare mai la ricerca dalla partecipazione emotiva. Poli e Avataneo non trattano la tradizione come un reperto da conservare sotto vetro: la interrogano, la spostano, la fanno risuonare con il blues, con il rock e con una scrittura che conosce la lezione della grande canzone d’autore, da Woody Guthrie a Johnny Cash, da Bob Dylan a Nick Cave, da Mark Lanegan a Ry Cooder e Rhiannon Giddens, ma non si limita a ripeterla. Il piemontese e l’italiano convivono come due correnti dello stesso fiume; l’uno custodisce la precisione della terra, l’altro apre il racconto a una dimensione più ampia, e insieme danno forma a un linguaggio in cui il locale non è mai chiusura, ma punto di partenza.
Dedicato alla memoria di Betti Zambruno e Alan Brunetta, figure centrali della musica folk e d’autore piemontese, il disco porta con sé anche il senso di una continuità: le voci non scompaiono, si spostano da una generazione all’altra, come canti tramandati lungo una strada. Alla fine dell’ascolto resta una sensazione precisa, simile a quella che si prova dopo un lungo viaggio in cui il paesaggio è cambiato senza che ce ne accorgessimo: siamo ancora noi, ma qualcosa si è mosso. Sanmartin ci accompagna attraverso partenze e naufragi, fortune cercate e memorie ritrovate, e ci lascia davanti alla soglia di un nuovo inizio, con la consapevolezza che ogni canzone autenticamente popolare appartiene a chi la canta, a chi l’ha ascoltata prima di noi e a chi, domani, troverà ancora il modo di riconoscersi dentro quelle parole.
Maria Luisa Lafiandra