La Terra del Fuoco di Hana Jušić arriva nelle sale italiane con Emerafilm dopo un buon percorso nei festival. È stato presentato in Concorso a Locarno 2025, dove Manuela Martelli e Ana Marija Veselčić hanno vinto ex aequo il Pardo per la migliore interpretazione, ed è poi passato da Busan, Vancouver, Salonicco e Sarajevo. È un film con qualità evidenti e un difetto altrettanto evidente, che alla fine pesa più di quanto meriterebbe.

La storia è ambientata all’inizio del Novecento tra le montagne aride della Croazia meridionale. Teresa, una donna cilena, arriva in una comunità di pastori dicendo di essere la vedova di uno degli uomini partiti anni prima oltreoceano e mai tornati. La sua presenza rompe gli equilibri di un mondo chiuso e regolato da tradizioni rigide, e per le donne del villaggio diventa la prova che si può immaginare una vita diversa.

Il punto di forza di Jušić è il lavoro sull’immagine e sull’ambiente. La regista, insieme alla direttrice della fotografia Jana Plećaš, sa valorizzare il paesaggio: le pietraie, i pascoli e la luce dura dell’entroterra dalmata non fanno solo da sfondo, ma condizionano la vita dei personaggi e diventano parte del racconto. Anche la ricostruzione d’epoca è convincente. Costumi, ambienti e gesti quotidiani restituiscono un’atmosfera credibile, senza la patina da cartolina che spesso appesantisce i film in costume. Le musiche di Stavros Evangelou, Iris Asimakopoulou e Vasilis Chontos aggiungono una sospensione che porta la vicenda verso una dimensione quasi mitica, con il flauto della tradizione balcanica accostato a texture elettroniche.

Funzionano molto bene anche le relazioni tra i personaggi, scritte e recitate in modo realistico. La cosa più interessante è come Teresa riesca a entrare in contatto con Milena e con Ilija pur non condividendo con loro la lingua. Jušić stessa nelle note di regia parla dell’inadeguatezza del linguaggio come di un tema che la affascina da sempre, e il film le dà ragione. Le due donne comunicano con gli sguardi, i gesti e piccole complicità, e proprio perché manca la parola il loro intendersi risulta più intenso e credibile. Su questo terreno le due protagoniste confermano il valore del premio ricevuto a Locarno.

Il problema è la durata. Con i suoi 137 minuti il film è troppo lungo e prolisso, e la narrazione si perde in situazioni ripetitive che rallentano il ritmo ben oltre il necessario. Molte scene si trascinano più del dovuto e l’attenzione cala, finendo per indebolire anche i momenti migliori. Un montaggio più asciutto e una maggiore capacità di sintesi, con il taglio delle parti ridondanti, avrebbero reso il film più godibile e incisivo e avrebbero dato più forza al discorso sul patriarcato e sull’appartenenza.

La Terra del Fuoco resta un’opera curata e ambiziosa, con una messa in scena di valore e due grandi interpretazioni. Sarebbe stata più efficace se fosse riuscita a dire le stesse cose in meno tempo.

Gail Illiano