
Immaginate un padre che, dopo il funerale del figlio, invece di chiudersi in casa, prepara una valigia. Non per dimenticare, ma perché ha capito che restare fermo, in quel dolore, significherebbe esserne sommerso. Non per fuggire, ma per cercare, in luoghi lontani e in silenzi che non conosceva, un modo per continuare a vivere senza tradire ciò che ha perso. Da questo gesto nasce Come superare la perdita – In viaggio col Buddha, il nuovo libro di Giulio Cesare Giacobbe pubblicato da Crêuza de Mä Edizioni. E da questo gesto nasce anche, forse, il vero ritratto dell’autore: prima ancora che psicologo, prima ancora che voce nota della divulgazione psicologica italiana, un padre che trasforma la propria ferita in una domanda che riguarda tutti.
Il libro si muove come si muove chi cerca, senza mappe definitive, un varco nel dolore. India, Tibet, Nepal, Cina, Tunisia: sono luoghi reali, attraversati con il corpo, ma nelle pagine di Giacobbe diventano soprattutto luoghi dell’anima, tappe di un pellegrinaggio interiore in cui ogni paesaggio esterno corrisponde a un paesaggio emotivo. C’è la rabbia che brucia nei primi passi del cammino, c’è il vuoto che si allarga negli spazi troppo silenziosi dei monasteri, c’è lo smarrimento che assomiglia al deserto attraversato in Tunisia. E c’è, pian piano, qualcosa che si assesta, che trova una forma diversa di equilibrio, non perché il dolore scompaia, ma perché comincia a essere abitabile.
In questo cammino, meditazione, spiritualità buddhista e psicologia non restano linguaggi separati: si intrecciano, si sostengono a vicenda, diventano strumenti complementari per affrontare ciò che nessuna teoria, da sola, saprebbe contenere. Giacobbe non scrive da studioso che osserva il dolore da fuori, ma da uomo che lo ha attraversato e che, in quell’attraversamento, ha trovato nella pratica buddhista non una fuga dalla realtà, ma un modo più ampio di guardarla.
Ad accompagnarlo lungo tutto il percorso è una figura che ritorna, silenziosa e costante: un Buddha che spesso, nelle pagine del libro, prende i tratti del figlio scomparso, Yuri. Non è un simbolo consolatorio costruito a tavolino, ma qualcosa di più delicato e più vero: un modo per continuare a parlare con chi non c’è più, per mantenere vivo un legame che la morte non è riuscita a interrompere del tutto. È forse il cuore pulsante del libro, il punto in cui il racconto smette di essere solo testimonianza e diventa gesto d’amore che continua, nonostante tutto, a cercare il suo destinatario.
Non è un libro sul lutto, in fondo, o non soltanto. È un racconto sulla capacità dell’essere umano di trasformarsi attraverso ciò che sembrava dover distruggerlo. Con la scrittura diretta e priva di artifici che da sempre lo contraddistingue, Giacobbe riesce a rendere accessibile una materia complessa senza mai impoverirla, accompagnando il lettore dentro un’esperienza che appartiene a lui ma che, pagina dopo pagina, si allarga fino a diventare universale.
E il viaggio non si esaurisce tra le pagine stampate. Attraverso un QR code posto sul retro del volume, chi legge può accedere a un contenuto ulteriore, l’intervista In viaggio con Giacobbe: una voce in più, quella reale dell’autore, che si aggiunge a quella scritta e apre uno spazio ancora più intimo, in cui l’uomo dietro le pagine racconta di sé, delle sue convinzioni, del significato che ha scelto di dare all’ottimismo anche nei momenti più bui.
Resta, alla fine della lettura, la sensazione di aver seguito non un manuale ma un cammino vero, fatto insieme a chi lo ha percorso per primo. Ed è forse questo il valore più grande del progetto editoriale di Crêuza de Mä: costruire libri che nascono dalla parola scritta ma non si fermano lì, che continuano a vivere attraverso altre voci, altri linguaggi, altri modi di restare accanto a chi legge, molto oltre l’ultima pagina.
Maria Luisa Lafiandra