C’è una delicatezza ostinata nel progetto della nuovissima casa editrice Crêuza de Mä: una volontà quasi controcorrente di raccontare non semplicemente delle storie, ma dei percorsi di trasformazione autentica, vite capaci di lasciare un segno perché attraversate fino in fondo, senza scorciatoie emotive né semplificazioni consolatorie. Il Vangelo degli Ultimi di Don Andrea Gallo e Federico Traversa arriva al lettore come una domanda aperta più che come un libro: da che parte scegliamo di stare quando la vita ci mette davanti alla sofferenza degli altri? E ancora, cosa resta di un’esistenza quando la si spende davvero per chi è fragile, dimenticato, escluso? Sono interrogativi che non si limitano a sfiorare la mente, ma che scendono lentamente nel corpo, nella memoria personale, nelle zone più silenziose della coscienza. La lettura produce un effetto quasi fisico, come se ogni pagina avesse un peso specifico emotivo capace di rallentare il respiro e costringere a fermarsi. Don Gallo emerge non come una figura eroica irraggiungibile, ma come un uomo profondamente immerso nelle contraddizioni umane, qualcuno che ha scelto di restare vicino alle fragilità senza pretendere di correggerle o giudicarle, e proprio per questo la sua testimonianza arriva con una forza disarmante. C’è una fede concreta, terrena, quasi ruvida in queste pagine, una spiritualità che non profuma di distanza ma di strada, di stanze vissute, di mani tese, di notti difficili condivise con gli ultimi. E mentre si procede nella lettura cresce dentro una strana sensazione doppia: da una parte ci si sente piccoli, quasi inadeguati davanti alla radicalità di certe scelte; dall’altra nasce una responsabilità sottile ma insistente, il bisogno di domandarsi quanto della nostra vita venga davvero offerto agli altri e quanto invece rimanga chiuso dentro la paura, l’abitudine, il desiderio di proteggerci. Le testimonianze raccolte nel volume hanno il calore delle conversazioni sincere, portano con sé un’umanità viva che si sente addosso come una coperta pesante nelle sere d’inverno. Alcuni racconti lasciano una stretta allo stomaco, altri accendono una tenerezza improvvisa, molti, moltissimi l’entusiasmo dei momenti in cui ti viene la voglia di scendere in piazza per una nuova battaglia. Ma tutti restituiscono l’immagine di un uomo capace di attraversare il dolore altrui senza trasformarlo in spettacolo o retorica. Ed è impossibile non percepire, quasi sulla pelle, il peso delle scelte di Don Gallo: il costo umano dell’esserci sempre, del non voltarsi dall’altra parte, del restare fedele a un’idea radicale di accoglienza anche quando il mondo preferisce costruire muri. Tra i momenti più intensi di questo progetto editoriale c’è senza dubbio il contenuto aggiuntivo offerto dal cortometraggio Osiamo la speranza di Edoardo Fantini che arriva come una fenditura luminosa dentro tutta questa materia emotiva così densa: il racconto – realizzato con un gruppo di giovanissimi – di un Don Gallo ragazzino in tempo di guerra e di Resistenza. Fra quelle immagini ci si ritrova a sorridere con gli occhi lucidi, perché la speranza che emerge non è ingenua né facile, ma conquistata attraversando il dolore, la stanchezza, le contraddizioni dell’esistenza. Ed è forse proprio lì che questa operazione nel suo complesso tocca il suo punto più profondo: nella capacità di ricordarci che la cura di sé non coincide con il ripiegamento su se stessi, ma con la possibilità di restare umani, aperti, vulnerabili, presenti. Il Vangelo degli Ultimi finisce così per diventare molto più di una testimonianza o di un racconto biografico: diventa uno strumento di riflessione personale che continua a lavorare anche dopo l’ultima pagina o dopo l’ultimo fotogramma del cortometraggio, rimettendo lentamente in moto domande sopite, sensibilità dimenticate, parti di noi che forse avevamo smesso di ascoltare.

Maria Luisa Lafiandra