Il Ministero della Cultura e quello della Salute hanno firmato un Protocollo d’intesa. L’arte entra ufficialmente nelle politiche di cura. Applausi. E una domanda.

È stato firmato il Protocollo d’intesa tra il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il Ministro della Salute Orazio Schillaci, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra accesso alla cultura e qualità della vita. Una notizia che, per chi legge questa rivista, suona come musica. Anzi, come arteterapia. Anzi, come museoterapia. Scegliete voi la metafora preferita: ce n’è per tutti i gusti, perché l’intesa riconosce il valore di esperienze già attive nei luoghi della cultura e nelle strutture sanitarie, dalla museoterapia all’arteterapia, dalla musicoterapia alla presenza dell’arte nei percorsi di cura.
Insomma, lo Stato italiano ha scoperto — ufficialmente, su carta intestata ministeriale — quello che i lettori di Benessereculturale sanno da sempre: che stare bene non riguarda solo il corpo, e che un pomeriggio al museo può fare cose che una pillola non riesce a fare. O almeno, può affiancarla molto bene.
Il Protocollo rappresenta il primo accordo formale in Italia tra i due ministeri e riconosce alle attività culturali — dalla fruizione museale alla musica, dal teatro al cinema, fino ai parchi archeologici — un ruolo attivo nel benessere delle persone. Particolare attenzione è rivolta alle persone con patologie neurodegenerative o che vivono stati depressivi, nella prospettiva della cosiddetta prescrizione sociale e culturale.
La prescrizione sociale di cultura: un’espressione bellissima. Il medico che ti dice “vada al teatro, tre volte a settimana, e mi richiami”. Sogno? Meno di quanto sembri: in altri Paesi è già realtà.

Il sorriso che ci permettiamo
Qui, però, ci concediamo una piccola, affettuosa, necessaria risata.
Perché un protocollo è un inizio, non un traguardo. E l’Italia è un Paese che eccelle nella firma dei protocolli, molto meno nell’attuarli con risorse vere. La sfida, per il sistema sanitario, sarà evitare derive retoriche e collocare queste iniziative all’interno di politiche di prevenzione basate su evidenze, integrazione interdisciplinare e sostenibilità. Detto in modo meno diplomatico: le belle parole non bastano.
Questo abbinamento — cultura e salute — ha un senso profondo, anzi ha tutto il senso del mondo. Lo dice anche il nome di questa rivista. Ma funziona davvero solo se il Paese decide di investire seriamente in entrambe le voci. Perché l’Italia è, com’è noto, tra i fanalini di coda in Europa per spesa pubblica in cultura. E il Servizio Sanitario Nazionale è sotto pressione da anni. Prescrivere l’arte senza finanziare i musei né i medici di base rischia di diventare un gesto poetico e niente più.

Quello che ci piace, davvero
Detto questo — e l’abbiamo detto — la direzione è giusta. Il Protocollo prevede la promozione di studi scientifici e attività sperimentali, percorsi formativi rivolti al personale sanitario e della cultura, oltre a iniziative pubbliche di sensibilizzazione. Costruire ponti tra chi cura e chi crea è esattamente ciò di cui questo Paese ha bisogno.
Sul territorio nazionale sono già state censite quasi 4.000 iniziative che mettono insieme cultura e benessere. Esistono già, funzionano già, spesso senza grandi risorse. Immaginate cosa potrebbero fare con un sistema che le riconosce, le finanzia e le replica su scala nazionale.
Ecco perché, con tutta la nostra ironia, diciamo: benvenuto, Protocollo. Sei in ritardo, ma sei arrivato. Ora dimostrati all’altezza del tuo nome.
E noi di Benessereculturale — che questo abbinamento lo abitiamo ogni giorno — continueremo a tenervi compagnia. Con la cultura che fa bene. E con un occhio sempre aperto sui conti pubblici.


La redazione di Benessereculturale