Ho un ricordo nitido di quando ho capito che certe storie non si possono raccontare in fretta: stavo seduta su un treno, con un libro in mano, e mi sono accorta che avevo smesso di leggere per guardare fuori dal finestrino con gli occhi pieni. Non era tristezza. Era riconoscimento. Quella sensazione — rara, preziosa — è tornata mentre sfogliavo le pagine di Dio al mio angolo, primo titolo della neonata Crêuza de Mä Edizioni che racconta la vita del pugile George Foreman, e ho pensato che ci vuole coraggio, oggi, a costruire una casa editrice attorno all’idea che esistano storie capaci di cambiare qualcosa dentro di noi. Crêuza de Mä nasce nel marzo del 2026, a Genova, con la consapevolezza che il panorama mediatico abbia bisogno non di più voci, ma di voci diverse — quelle che scelgono di raccontare le cosiddette “azioni buone”, i percorsi di trasformazione personale, i silenzi coraggiosi di chi ha scelto strade più difficili ma più autentiche. Il nome è preso in prestito dalla canzone più amata di Fabrizio De André, e già dice tutto: c’è un cammino stretto e antico da percorrere, c’è un mare da attraversare, ci sono radici e c’è movimento. È in questo solco che nasce la collana Ostinati e contrari, e il suo primo titolo non poteva che essere una storia di pugni e di grazia, di cadute verticali e di rinascite improbabili.
George Foreman era un uomo di forza e di furia, cresciuto nei sobborghi disagiati di Houston, in un’America che per certi bambini non promette quasi nulla, e che tuttavia a volte concede qualcosa che assomiglia a un’uscita di emergenza. Per lui quella via di fuga ha il nome della boxe: un ring dove la rabbia smette di essere solo dolore e diventa tecnica, potenza, identità. A diciannove anni conquista la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Città del Messico, poi il titolo mondiale sconfiggendo Joe Frazier, poi il dominio assoluto su un’epoca — eppure leggendo queste pagine si capisce subito che nulla di tutto questo basta, che la forza senza anima è solo rumore, e che sotto quella corazza c’era un uomo in cerca di qualcosa che il ring non avrebbe mai potuto dargli. La sconfitta contro Muhammad Ali non è solo una sconfitta sportiva: è la prima crepa profonda in un’identità costruita interamente sulla vittoria, sul dominio, sull’invincibilità. E da quella crepa, come spesso accade, comincia a filtrare qualcosa di nuovo — qualcosa di doloroso e necessario insieme.
Mi sono trovata a leggere queste pagine con quella sensazione fisica che certi libri provocano, una specie di pressione al centro del petto, come quando si riconosce in una storia lontanissima dalla propria qualcosa che ci appartiene profondamente. Perché la crisi di Foreman non è la crisi di un campione del mondo dei pesi massimi: è la crisi di chiunque abbia mai costruito la propria identità attorno a un’immagine di sé che poi, a un certo punto, ha smesso di reggere. È la crisi di chi si è detto per anni “sono forte” e un giorno si ritrova sul pavimento e scopre che la forza, senza radici più profonde, è solo una storia che ci raccontiamo. Nel 1977, durante un incontro sul ring, un malore improvviso viene vissuto da Foreman come qualcosa di più di un segnale del corpo: è un segno, un confine varcato senza possibilità di ritorno. E qui il libro tocca qualcosa di raramente esplorato nelle autobiografie sportive — quella zona fragile e luminosa insieme in cui un essere umano smette di correre e si ferma ad ascoltare.
Il racconto della svolta è straordinariamente privo di retorica, e questo è forse il suo pregio più grande: non c’è la conversione trionfante, non c’è la luce abbagliante da pellicola hollywoodiana, c’è invece la descrizione precisa e quasi pudica di un uomo che abbandona tutto ciò che lo ha definito — la carriera, la fama, la certezza di sé — per dedicarsi alla fede e alla fondazione di un centro per giovani in difficoltà. È un gesto che in molti avrebbero potuto leggere come una resa, e invece è l’atto più coraggioso della sua vita: scegliere l’invisibilità quando si è stati, fino al giorno prima, al centro del mondo intero. In questo, Foreman mi ha ricordato certe donne che conosco e che ammiro — donne che a un certo punto hanno scelto di fermarsi, di fare un passo indietro rispetto alle aspettative esterne, di ricostruire da dentro invece che continuare a costruire per gli altri. C’è una dignità profonda in quella scelta, e il libro la restituisce con una precisione che colpisce.