Nel fine settimana del 21 e 22 marzo, la cornice elegante del Teatro Giordano ha ospitato una nuova edizione del Premio LaMiaTerra, rassegna dedicata alla canzone d’impegno ambientalista ed ecologista. Un appuntamento che prova a tenere insieme due linguaggi universali – la musica e la coscienza civile – per ricordare quanto il rapporto tra uomo e territorio sia oggi fragile, spesso contraddittorio, e troppo facilmente dato per scontato.
Nella serata del 22 marzo, al centro della manifestazione non c’è stata soltanto la celebrazione della natura, ma una riflessione più profonda: la terra come dono quotidiano, come spazio di vita e identità, ma anche come luogo vulnerabile, esposto a forme diverse di violenza. Un concetto che ha trovato la sua espressione più intensa nell’intervento di Nabil Salameh, capace di spostare il discorso ecologico su un piano etico e politico più ampio. Prima dell’inizio della rassegna, il suo intervento ha attraversato la platea con parole che hanno lasciato un segno profondo. Il riferimento alla Palestina, e in particolare a Gaza, ha introdotto una prospettiva che raramente entra con tale forza in contesti culturali di questo tipo: «Si parla di ambiente, ma non esiste ambiente senza giustizia, non esiste ecologia senza umanità, perché mentre difendiamo boschi, mari, aria, c’è un luogo nel mondo dove la terra viene deliberatamente distrutta. La mia terra ha un nome, si chiama Gaza». Un’affermazione che ribalta la narrazione spesso rassicurante dell’ambientalismo, ricordando come la distruzione della terra non sia soltanto il risultato di incuria o sfruttamento, ma possa essere anche deliberata, sistematica, politica. Nel suo racconto, Gaza diventa il simbolo estremo di questa contraddizione: una terra “bruciata” non dall’impatto ambientale, ma dalla guerra, dove la devastazione si manifesta nella sterilità del suolo, nell’acqua resa imbevibile, nell’aria irrespirabile. Non è solo una crisi umanitaria, ma anche ecologica, nel senso più radicale del termine. Il suo intervento ha avuto il merito – e forse anche il coraggio – di mettere in discussione una certa retorica occidentale che continua a giustificare i conflitti come strumenti necessari, smontando l’idea che la democrazia possa essere “esportata” attraverso la violenza: «come se la democrazia potesse essere esportata dal suono delle bombe. Ma la democrazia non nasce dai cannoni o con i cannoni. Nasce dalla dignità dei popoli, dalla loro capacità di autodeterminarsi, di respirare, di scegliere, di esistere». In questo senso, il festival ha superato i confini dell’ecologia tradizionalmente intesa, trasformandosi in uno spazio di riflessione critica sul presente.
Dopo questo momento di forte intensità, la musica ha ripreso il suo ruolo centrale, senza però perdere il peso delle parole appena ascoltate. Sul palco si sono alternati artisti come Mario Venuti, Peppe Servillo, Violante Placido e Andrea Mirò, che hanno costruito un percorso musicale attraverso brani iconici della canzone italiana legati al tema della terra. Da L’Aquila di Lucio Battisti a L’Esodo di Franco Battiato, passando per Il sole nella pioggia di Alice e Terra mia di Pino Daniele, ogni interpretazione ha restituito una sfumatura diversa del rapporto tra uomo e ambiente. Determinante, in questo senso, l’accompagnamento della band TerraMea, capace di dare coerenza e profondità sonora all’intera serata. Il finale, con la premiazione degli artisti e l’omaggio a Paolo Benvegnù sulle note di Cerchi nell’acqua, ha chiuso un percorso che è stato insieme artistico e civile, estetico e politico. Eppure, al di là della qualità musicale e della costruzione del programma, ciò che resta davvero è la sensazione di uno scarto: tra ciò che celebriamo e ciò che viviamo. Perché parlare di ambiente a Foggia significa inevitabilmente confrontarsi con un territorio complesso, segnato da difficoltà strutturali, contraddizioni e ferite ancora aperte. In questo senso, le parole di Peppe Servillo – «Foggia è ‘a terra mia» – risuonano con una forza particolare. Non è una dichiarazione retorica, ma un’affermazione carica di ambivalenza: dentro c’è l’amarezza di chi conosce i limiti di questa terra, ma anche l’orgoglio di appartenerle. È un sentimento che chi è di Foggia riconosce immediatamente: quello di un legame viscerale, spesso conflittuale, che porta a criticare duramente il proprio territorio, senza mai smettere di difenderlo.
Ed è forse proprio qui che il senso più autentico della rassegna trova compimento. Non in una celebrazione astratta dell’ambiente, ma nella consapevolezza concreta che la terra – qualsiasi terra, da Gaza a Foggia – non è mai solo uno spazio geografico. È relazione, memoria, identità. E soprattutto responsabilità. Perché se è vero che la terra è un dono, è altrettanto vero che continuare a trattarla come qualcosa di scontato è il primo passo verso la sua perdita.