Ci sono immagini che non smettono di inseguirci. Nel caso di Gli espulsi, l’ultimo romanzo di Edgar Borges pubblicato da inKnot Edizioni, è quella di tre bambini che fuggono verso l’orizzonte per non tornare mai più. Da questa scena prende vita un libro che non si limita a raccontare, ma a interrogare il lettore: chi siamo, quali parti di noi lasciamo indietro, e soprattutto, quali bambini dimentichiamo lungo il cammino.

Sabato 4 ottobre, alle 18.30, Borges sarà ospite del Campania Libri Festival nella Sala Rari della Biblioteca di Palazzo Reale a Napoli. Con lui dialogheranno Andrea Pezzè, docente di Letterature ispanoamericane all’Orientale, e Gianfranco Pecchinenda, sociologo e traduttore dell’opera. A moderare l’incontro sarà Tonia Zito, editrice di inKnot. L’ingresso è gratuito, fino a esaurimento posti.
Considerato uno degli autori più radicali e visionari della narrativa contemporanea in lingua spagnola, Borges — nato a Caracas nel 1966 e residente in Spagna dal 2007 — ha costruito una carriera capace di intrecciare sperimentazione letteraria e impegno sociale. Non a caso, il suo lavoro ha attirato l’attenzione di scrittori come Enrique Vila-Matas, Peter Handke e José María Merino. Parallelamente alla scrittura, porta avanti progetti di inclusione attraverso laboratori creativi negli istituti penitenziari e nei centri per pazienti affetti da Alzheimer: per lui, la letteratura è uno strumento di resistenza e di relazione.
In Gli espulsi, il lettore si muove in un vero e proprio labirinto narrativo, popolato da personaggi sospesi tra ordine e follia: un guardiano dello spazio, un professore, un DJ che mixa Bowie, un cameriere. Borges intreccia tutto con una scrittura visionaria e potente, che trasforma l’infanzia in un rifugio, l’immaginazione in una forza sovversiva e la letteratura in un atto di ribellione contro le realtà imposte.
L’incontro a Napoli non sarà solo la presentazione di un libro, ma un invito a riscoprire quella parte di noi che, crescendo, abbiamo forse lasciato indietro. Perché — come ci ricorda Borges — non possiamo permetterci di dimenticare i bambini che siamo stati.