Attore, regista, autore e ideatore di Strategia Poetica – un metodo che intreccia la forza della poesia, del teatro e della pedagogia – Federico Barsanti attraversa da decenni i linguaggi della scena con uno sguardo lucido e rigoroso. Dal lavoro teatrale e cinematografico (con collaborazioni che spaziano dalla Rai al Festival dei Due Mondi di Spoleto) fino all’impegno quotidiano nelle aule dei laboratori formativi, la sua ricerca mette al centro la persona. Lo abbiamo incontrato per esplorare le coordinate di un teatro inteso come autentica “rivoluzione dell’animo”, capace di disinnescare la superficialità contemporanea e di restituire voce all’ascolto.
1. Il metodo e la poetica

Lei ha ideato “Strategia Poetica”, un metodo che intreccia teatro, poesia e pedagogia. In che modo la commistione tra la parola poetica e l’azione scenica riesce a rinnovare il lavoro formativo con gli allievi, dai bambini agli adulti?
Ho ideato la Strategia Poetica nel 2012, dopo molti anni di lavoro nel teatro come attore, regista e insegnante. È nata da una domanda che continua ad accompagnarmi: quanto di ciò che pensiamo di essere coincide davvero con noi? Raccontiamo continuamente la nostra vita. Interpretiamo quello che ci accade, giudichiamo, ricordiamo, anticipiamo, cerchiamo spiegazioni. A volte finiamo per credere che la voce che racconta tutto questo sia la totalità di ciò che siamo.
La Strategia Poetica nasce dalla possibilità di prendere una piccola distanza da quel racconto. Il teatro ci offre strumenti concreti per farlo: possiamo dare corpo e voce a un personaggio, osservarne le azioni, modificarne il comportamento, provare altre possibilità. La poesia, intesa come il «fare» dell’anima, apre invece uno spazio in cui ciò che viviamo può assumere forme e significati diversi.
Mi interessa soprattutto la differenza tra lavorare su se stessi e lavorare con se stessi. Nel primo caso rischiamo di considerarci qualcosa da correggere, migliorare o aggiustare. Nel secondo possiamo cominciare ad ascoltarci, riconoscendo anche quelle parti di noi che non ci piacciono o che facciamo fatica ad accettare. Questo vale per un adulto, ma anche per un bambino o un adolescente. Naturalmente, con ciascuno occorre trovare un linguaggio e una modalità adeguati. Non si tratta di applicare una formula uguale per tutti, ma di creare uno spazio in cui ciascuno possa sperimentare, sbagliare, cambiare idea e scoprire qualcosa che prima non conosceva.
Nei miei libri torno spesso sulle domande che riguardano l’animo umano, le convinzioni che ci accompagnano e le storie che raccontiamo a noi stessi. Mi piace pensare che la scrittura possa proseguire, con altri mezzi, il lavoro che comincia in teatro.
E se non fossimo esattamente la persona che raccontiamo di essere? La Strategia Poetica non pretende di offrire una risposta definitiva. È una ricerca in evoluzione, che prova a mettere in movimento le domande. Perché forse non abbiamo bisogno di diventare qualcun altro, ma di conoscere un po’ meglio le possibilità che già abitano in noi.
2. La decostruzione del personaggio
Nei suoi corsi per adulti si insiste sul fatto che il viaggio teatrale parta non dai testi o da personaggi esterni, ma da quelli che abitano dentro di noi. In che misura la pratica scenica può diventare uno strumento di autoconsapevolezza nella vita di tutti i giorni?
Quando un personaggio entra in scena per la prima volta, porta con sé una storia. Il pubblico può non conoscerla, ma quella storia esiste e, in qualche modo, continua ad agire nel presente del personaggio. Nella vita accade qualcosa di simile. Le nostre azioni non nascono sempre nel momento in cui le compiamo. Spesso arrivano da molto lontano: da esperienze, paure, desideri, convinzioni e racconti che abbiamo costruito nel tempo.
Il teatro permette di dare forma a tutto questo. Possiamo incontrare un personaggio, riconoscere qualcosa di noi in lui e, qualche volta, scoprire proprio ciò che preferiremmo non vedere. Magari ci identifichiamo con quello che consideriamo il nostro lato migliore, oppure con quello peggiore. In entrambi i casi rischiamo di ridurci a una definizione. Dentro di noi convivono voci differenti. C’è chi vuole avere ragione, chi teme di essere giudicato, chi desidera essere amato, chi si ribella, chi si nasconde, chi vorrebbe cambiare e chi preferirebbe che tutto rimanesse com’è. Non sempre queste parti sono d’accordo tra loro.
La pratica scenica ci consente di renderle visibili, di ascoltarle e di provare a muoverci diversamente. Non per eliminarle o stabilire quali siano giuste e quali sbagliate, ma per comprendere meglio che cosa accade quando prendono il controllo delle nostre azioni.
È una possibilità che può accompagnarci anche fuori dal teatro. Quante volte reagiamo prima ancora di aver compreso che cosa ci sta succedendo? Quante volte siamo certi di conoscere noi stessi o gli altri, senza lasciare spazio a qualcosa di nuovo? A volte basta una domanda autentica per interrompere una risposta automatica. Non necessariamente troviamo una soluzione, ma possiamo cominciare a guardare la situazione da un altro punto di vista.
Mi interessa proprio questo: non insegnare alle persone che cosa devono pensare di se stesse, ma offrire loro un’esperienza attraverso cui possano interrogarsi.
Forse il teatro può aiutarci a diventare un po’ meno sicuri di sapere chi siamo e chi sono gli altri. E, proprio per questo, un po’ più disponibili a incontrarli davvero.
3. Il teatro come “rivoluzione” generazionale

Lei definisce il teatro una forma di rivoluzione dell’animo e della mente, in contrapposizione ai modelli superficiali spesso veicolati dai media. Ritiene che la scena possa ancora porsi come argine alla dispersione dell’attenzione e dell’ascolto nei giovani?
Non credo che la tecnologia sia il nemico, né penso che basti togliere un telefono dalle mani di un ragazzo per risolvere qualcosa. Se una persona sente un bisogno continuo di rifugiarsi in uno schermo, mi interessa anche domandarmi che cosa stia cercando, da che cosa si stia allontanando o quale difficoltà stia cercando di affrontare. A volte interveniamo sul comportamento senza provare a incontrare ciò che lo genera. Il teatro può offrire un’esperienza diversa. Coinvolge il corpo, l’immaginazione, la relazione e la presenza dell’altro. Quell’altro, il famigerato altro, ha un corpo, una voce, una storia, desideri e reazioni che non possiamo programmare. Può sorprenderci, contraddirci, emozionarci. Non possiamo limitarci a scorrere oltre quando qualcosa di lui ci mette in difficoltà.
Naturalmente, anche il teatro può trasformarsi in una competizione, in una corsa a dimostrare quanto siamo bravi. Non è questo che mi interessa. Penso piuttosto a uno spazio in cui sia possibile rallentare, ascoltare senza preparare immediatamente una risposta, stare dentro una domanda senza pretendere di risolverla subito. Oggi questa ricerca mi sembra particolarmente necessaria. Assistiamo a una circolazione rapidissima di rabbia, giudizi e ignoranza, anche attraverso un uso dei social che spesso premia la reazione immediata più della comprensione. Ma la questione non riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi.
Agli adulti chiederei: quanto siamo capaci di ascoltare davvero i ragazzi? Quanto riusciamo a lasciare loro uno spazio senza correggerli immediatamente, senza spiegare subito che cosa dovrebbero fare o pensare? E quanto siamo disposti, a nostra volta, a mettere in discussione le nostre convinzioni?
Un giovane vuole essere ascoltato e poter dire la sua. Non vuole essere continuamente spiegato dagli adulti. Non solo non gliene importa niente, lo fa pure arrabbiare.
Nel mio lavoro cerco di costruire un dialogo tra teatro, scuola, pedagogia e vita quotidiana. Non sempre è facile, perché siamo abituati a cercare risposte veloci e a considerare il cambiamento qualcosa che dovrebbe riguardare soprattutto gli altri. Eppure, forse, la prima rivoluzione potrebbe cominciare da noi: dalla capacità di accorgerci delle nostre reazioni, di riconoscere le nostre fragilità e di provare a entrare in relazione senza voler controllare tutto.
Per questo vedo l’arte del Teatro come un vero atto poetico di ribellione verso certe oscenità della nostra società odierna. Non perché possa risolvere ogni problema, ma perché può allenarci a non diventare indifferenti.
4. L’esperienza della regia e della scena
Dalla direzione del Piccolo Teatro Sperimentale alle regie e alle collaborazioni per il cinema, la televisione e festival come Spoleto: in che modo il suo percorso di artista e autore si specchia e si rinnova quotidianamente nel lavoro di formatore con i laboratori?
Per me recitare, dirigere, scrivere e insegnare sono percorsi diversi che si incontrano nello stesso luogo: l’osservazione dell’essere umano. Quando lavoro a uno spettacolo, quando scrivo un libro o quando incontro le persone in un laboratorio, torno sempre a interrogarmi sulle nostre contraddizioni, sulle paure, sui desideri e sulle possibilità di trasformazione. Mi interessa ciò che si nasconde dietro i comportamenti più evidenti, ma anche ciò che può emergere quando smettiamo, almeno per un momento, di considerarci già definiti.
Con Signora Porzia, il mio personaggio teatrale, per esempio, utilizzo l’ironia e il paradosso. La comicità permette di avvicinarsi a certe questioni senza affrontarle sempre frontalmente. A volte una risata apre una porta che un discorso serio lascerebbe chiusa.
Nei libri il rapporto è diverso. La scrittura permette di fermarsi, tornare indietro, rileggere una frase e lasciare che una domanda continui a lavorare dentro di noi. È una relazione più silenziosa, ma non per questo meno intensa. Mi piacerebbe che chi legge i miei libri non vi trovasse soltanto qualcosa da comprendere, ma anche un’occasione per interrogare la propria esperienza.
Credo che l’arte non debba necessariamente fornire risposte. Può fare qualcosa di altrettanto importante: formulare una domanda che continui ad accompagnarci dopo uno spettacolo, un libro, un film. Un’immagine, una scultura o un dipinto passano attraverso gli occhi e, in qualche modo, entrano in noi. La musica si diffonde, diventa energia, ispirazione e, qualche volta, benevolenza. E così il teatro può lasciare qualcosa che non si esaurisce nel momento in cui si abbassano le luci.
Il lavoro nei laboratori rinnova continuamente questa ricerca, perché ogni persona porta una storia diversa e apre possibilità che non avevo previsto. Non posso sapere in anticipo che cosa accadrà. Posso preparare uno spazio, proporre strumenti, ascoltare e accompagnare il processo.
Dopo tanti anni di lavoro sento ancora forte il desiderio di portare questa ricerca anche fuori dai territori in cui opero abitualmente, incontrando artisti, scuole, teatri, festival e realtà culturali differenti. Non per esportare un modello da applicare ovunque, ma per mettere in dialogo esperienze, linguaggi e domande.
Mi piace che la Strategia Poetica possa viaggiare, incontrare altre persone e trasformarsi anche attraverso questi incontri.
In fondo, la domanda che continua ad accompagnarmi è sempre la stessa: possiamo continuare a scoprirci, invece di limitarci a ripetere ciò che crediamo di essere?
Chi è Federico Barsanti
Federico Barsanti è attore, regista, autore e pedagogo teatrale. Dal 1995 dirige il Piccolo Teatro Sperimentale e nel 2012 ha ideato la Strategia Poetica, ricerca che intreccia Teatro, poesia e pedagogia. Ha partecipato al Festival dei Due Mondi di Spoleto con il suo personaggio teatrale, la Signora Porzia, e ha lavorato come narratore in documentari per Rai 3 Geo e per il docu-film Dante: il sogno di un’Italia libera, realizzato per Rai 2 e ARTE France. È autore di libri e testi poetici dedicati all’animo umano e alle possibilità di conoscenza e trasformazione di sé. www.federicobarsanti.com