Ci sono film che si guardano. E poi ci sono film che si abitano. E se ora, lontano — Un’altra voce esiste, il documentario creativo diretto da Massimo Selis e prodotto da Phausania Film, appartiene decisamente alla seconda categoria. L’ho capito qualche minuto dopo l’inizio, quando mi sono accorta che stavo respirando più lentamente.

È un effetto raro. Ed è, a mio avviso, il segno di un cinema che sa fare qualcosa di essenziale: creare le condizioni perché chi guarda si fermi.

La storia, nella sua semplicità apparente, è questa: undici giovani tra i venti e i ventisei anni si ritrovano per dieci giorni e dieci notti in un’antica pieve sconsacrata sulle colline che si affacciano sul Lago Trasimeno, nel cuore dell’Umbria. Vengono da parti diverse d’Italia — da Napoli, da Bergamo, dal Friuli, da Roma, da Lecce. Non si conoscono tutti. Eppure convivono, lavorano insieme, si raccontano, si ascoltano. E insieme immaginano un progetto che possa portare la loro voce — finalmente — in ogni angolo del Paese.

Detto così, potrebbe sembrare il format di un reality. Non lo è. È quasi l’opposto.

Quello che Selis riesce a catturare — con una doppia grammatica visiva che alterna la fissità contemplativa della camera digitale alla frammentazione mobile dell’iPhone — è qualcosa di molto più sottile e prezioso: il clima di un gruppo di persone che sceglie, consapevolmente, di stare insieme in modo diverso. Di ascoltarsi. Di non parlarsi sopra. Di fare sintesi senza che nessuno debba cedere o soccombere.

Chi lavora con le dinamiche di gruppo — terapeuti, facilitatori, educatori — sa quanto sia raro osservare questo accadere spontaneamente. E quanto sia potente, quando accade.

Gli stessi autori lo ammettono con una meraviglia che si sente autentica: durante le riprese, la troupe intera si è stupita della capacità dei protagonisti di praticare un ascolto attivo vero. “Non era prevedibile né un qualcosa di costruito,” scrivono Massimo Selis e Belinda Bruni, autori del soggetto e della sceneggiatura. Era semplicemente quello che emergeva quando si creano le condizioni giuste. Quando si porta un gruppo di persone — giovani, diverse, con visioni del mondo non sempre sovrapponibili — in un luogo lontano dal rumore, e si dà loro tempo, spazio e fiducia.

Il luogo, in questo senso, non è una scelta scenografica. È una scelta terapeutica.

La pieve di Pian di Marte, di cui si hanno tracce fin dal 1100, ha quella qualità rara degli spazi che sembrano aver custodito nel tempo qualcosa di essenziale. Le pietre parlano, scrivono gli autori — e si capisce cosa intendono. C’è nei paesaggi umbri, nelle colline che digradano verso il Trasimeno, nel silenzio che non è assenza ma presenza piena, qualcosa che disarma. Che abbassa le difese. Che restituisce al corpo la percezione di appartenere a qualcosa di più grande di sé.

Il paesaggio in questo film non fa da sfondo. Respira. Accompagna. Amplifica.

E in questo contesto — lontano dal tumulto, lontano dagli schermi, lontano dall’urgenza perpetua della vita contemporanea — undici ragazzi scoprono qualcosa che molti adulti hanno dimenticato, o non hanno mai imparato: che la comunità non è una rete sociale. È una pratica. Richiede tempo, fatica, pazienza. Richiede di lavorare insieme alle faccende quotidiane, di cucinare, di suonare, di stare in silenzio senza che il silenzio faccia paura. I protagonisti del film lo fanno. E noi li guardiamo farlo, con il senso crescente che quello che stiamo vedendo non è una fiction, non è un esperimento sociale, non è nemmeno — solo — un documentario. È una testimonianza.

La genesi del progetto è profondamente radicata nell’esperienza della crisi. Tutto nasce durante il lockdown del 2020, quando Selis e Bruni — anche nella loro dimensione di genitori — osservavano come i giovani reagivano alla pandemia. Notavano, nelle loro figlie e nei loro amici, negli studenti e nei ragazzi di tutta Italia, la presenza di uno sguardo diverso sul mondo: acuto, non banale, capace di profondità. Uno sguardo che però non trovava spazio. Che non veniva ascoltato.

Da quella osservazione nasce E se ora, lontano. E questo lo rende un film che non parla nonostante la crisi, ma attraverso di essa. Un film che prende la frammentazione, la solitudine, l’incertezza del tempo che viviamo e non le nega — le accoglie. Le porta nel cerchio. E mostra, con delicatezza e concretezza insieme, che da lì si può ripartire.

La scena che mi torna più spesso in mente, a giorni di distanza dalla visione, è una delle più semplici: i ragazzi che suonano e cantano insieme, vecchie canzoni e improvvisazioni, la sera. Non stanno esibendo nulla. Stanno semplicemente essendo insieme. E in quel gesto minimo — così antico, così umano — c’è qualcosa che riconosco come guarigione.

Non so se i giovani protagonisti di questo film si rendano conto di cosa hanno dimostrato. Che si può costruire comunità anche oggi. Che l’ascolto è ancora possibile. Che il ritiro non è fuga, ma preparazione — un modo per mettere a fuoco il mondo da lontano, come suggerisce il titolo, per poterlo poi abitare meglio.

Massimo Selis, nelle sue note di regia, scrive che il film invita a essere guardato “con la disposizione all’ascolto, alla capacità di sorprendersi.” È un invito che estendo a chiunque si senta stanca — stanco — di un mondo che parla troppo e ascolta troppo poco. E se ora, lontano non ha la pretesa di dare risposte. Ha qualcosa di meglio: la capacità di far sentire, per novanta minuti, che un’altra forma di stare insieme è concretamente possibile.

E di uscire dalla sala — o dal divano — con quella sensazione ancora addosso.