Da qualche tempo mi capita di fermarmi davanti ad una domanda semplice e scomoda: quante delle mie abitudini sono scelte e quante sono semplicemente rimaste lì, comode, perché cambiarle costava fatica? È una domanda che Delta degli Ujig, pubblicato nel 2025 e in uscita il 9 ottobre 2026 nella nuova edizione italiana per Luminol Records, con distribuzione Ma.Ra.Cash/Self, mi ha riportato davanti senza mai porla a parole. E con questo strano e personalissimo tarlo nella mente mi sono messa all’ascolto. Prendete così le mie riflessioni e questa strana, chiamiamola così, recensione…

Iniziamo con il dire che gli Ujig sono un quartetto formato da Konstantin Kräutler alla batteria, Edoardo Maggioni alle tastiere, Marco Leo alle chitarre e Cesare Pizzetti al basso. E che arriva a questo disco dopo oltre dieci anni di ricerca iniziata con 8 out of 8, e si sente che il tempo ha lavorato a favore di un equilibrio del tutto personale: jazz contemporaneo, fusion, progressive, elettronica e improvvisazione non si contendono la scena, convivono come parti di uno stesso modo di pensare la musica e, ascoltandoli, si capisce quanto possa essere rassicurante, paradossalmente, una musica che non ha bisogno di rassicurare.

Il disco nasce da quella che la band descrive come un’insopprimibile urgenza espressiva e dalla voglia di esplorare territori nuovi senza perdere l’attenzione per ciò che la musica può far condividere, emozioni, idee, prospettive diverse. Al centro c’è la libertà: gli Ujig partono dall’osservazione che viviamo in un mondo che riduce persone e cose a un numero, il valore economico, il saldo di un conto, perfino il conteggio degli ascolti di un artista. E rispondono che la musica permette di giocare con quei numeri invece di esserne definiti, come dovrebbe poter accadere anche nella vita di tutti i giorni. Almeno per me è così, ma credo lo sia anche per tutti i nostri lettori comuni.

In questa chiave il titolo diventa quasi una piccola guida di lettura: in matematica il delta indica una differenza, e per la band la differenza è ciò che rende ciascuno di noi unico e irripetibile, un valore da proteggere in un tempo che tende a uniformare. Penso a quanta energia spendiamo per assomigliare a un’idea di noi stessi già approvata, per far rientrare ogni esperienza in una categoria che la renda riconoscibile; e a quanto sollievo possa dare un ascolto che rinuncia a farlo.

Sono definizioni utili per i negozi e per le piattaforme, ma non raccontano necessariamente come nasce un brano, e la lezione che gli Ujig ricordano è che Miles Davis faceva prima la sua musica e solo dopo quella musica veniva definita. Ascoltare con questo spirito significa accettare di non sapere dove si sta andando, lasciarsi sorprendere e rinunciare, almeno per la durata di un disco, all’ansia di una risposta definitiva.

La nuova edizione italiana si muove esattamente in questa direzione con due tracce aggiunte che sono, a ben vedere, due modi diversi di rimettersi in cammino. Deep Dub Bop, uscito il 25 maggio nell’anno del centenario della nascita di Davis, è un omaggio al musicista che più di ogni altro ha influenzato la crescita degli Ujig, con la tromba di Lorenzo Cimino a dargli voce. Già il titolo richiama Doo-Bop, l’ultimo album di Davis, pubblicato postumo, ma ciò che interessa alla band è soprattutto la sua capacità di trasformare di continuo il proprio linguaggio e di spostare, disco dopo disco, l’orizzonte della musica contemporanea.

Nel brano affiorano riferimenti a So What e a Tutu, che gli stessi Ujig indicano come momenti emblematici del passaggio dalle atmosfere modali del jazz alla fusion, ma senza fermarsi alla citazione: i musicisti intervengono sulla materia, accostano ambientazioni diverse con libertà. Mi sembra un modo molto concreto di intendere l’omaggio, e anche una piccola lezione di vita: onorare chi ci ha formato non vuol dire restare dove si è fermato lui, ma continuare a cambiare come lui non ha smesso di fare, ricordando che nessun percorso è davvero concluso.

Zorua (Zoroark version) offre un’altra prospettiva. È la rilettura più aggressiva e articolata di un brano già presente in Delta, ripensato in chiave più progressive, elettronica e heavy, e il titolo rimanda al Pokémon che nella sua unica evoluzione diventa Zoroark, con un’identità più decisa e variopinta, in un filone di omaggio ai mostriciattoli giapponesi che la band porta avanti dal 2021 con Pokemon Shock.

Qui la tromba di Cimino espone il tema all’unisono con la chitarra di Marco Leo, inserendo un elemento jazz in un contesto di sonorità più dure, e il contrasto tra aperture melodiche e tensione ritmica diventa il cuore del pezzo. Il riff principale richiama il linguaggio di Tigran Hamasyan, filtrato da una sensibilità elettronica e heavy, mentre nella parte solistica la chitarra assume una dimensione più progressive e cinematica e il pianoforte di Maggioni introduce sfumature jazz e free jazz.

Ciò che trovo significativo è il gesto: tornare su qualcosa di già conosciuto e, invece di difenderlo com’era, guardarlo da un’altra angolazione fino a renderlo un’altra cosa. Quante volte ci sembra di sapere già tutto di una situazione, di una persona, di una versione di noi stessi, e basterebbe cambiare punto di vista per accorgerci che c’era dell’altro.

Le due tracce, messe insieme, non indicano una strada ma due modi di non restare ancorati a ciò che si conosce, e intorno a loro l’album conserva la ricchezza di collaborazioni che ne allargano lo sguardo, come quelle con Fabrizio Bosso e Paola Folli, presenze che portano altre voci dentro un discorso già aperto senza mai trasformarlo in una somma di partecipazioni.

È qui, nel punto in cui l’ascolto incontra la vita quotidiana, che trovo il senso più profondo del disco: la libertà di cambiare idea, il coraggio di accogliere ciò che è diverso da noi, la possibilità di scoprire forme nuove di espressione anche quando le abitudini sembrano la scelta più sicura. Quello che regala Delta è un tempo in cui restare curiosi, senza dover decidere subito cosa pensare o dove collocare ciò che si ascolta, e a volte il benessere comincia proprio lì, quando ci concediamo di uscire dai percorsi consueti e di scoprire che la differenza, invece di allontanarci, può essere ciò che ci appartiene di più.