Non capita spesso di imbattersi in un documentario capace di raccontare un mestiere senza fermarsi alla sua dimensione professionale. Forest – Il futuro ha radici antiche, diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon e prodotto e distribuito da Cineblend, parte dal lavoro forestale contemporaneo per raccontare qualcosa che va oltre il mestiere: ciò che accade dentro le persone quando imparano a entrare in relazione con un ambiente che impone rispetto, misura e ascolto.
Al centro del film ci sono Filippo, Melani, Silvia e Tommaso, quattro giovani che si avvicinano al lavoro forestale portando con sé il timore di chi sa di entrare in un mondo nel quale ogni gesto ha un peso reale. Li vediamo inizialmente confrontarsi con la fatica fisica, con il timore dell’errore e con il rispetto quasi istintivo che un bosco ferito dalla tempesta Vaia e dall’azione del bostrico riesce a suscitare.
È sotto la guida paziente di Michele e Giorgio Sambugaro che il loro apprendistato comincia però a superare la dimensione tecnica, trasformandosi in un processo di crescita personale. Il corpo sembra imparare prima ancora della mente: i movimenti acquistano precisione, gli occhi imparano a distinguere ciò che prima sembrava indistinto e la paura lascia spazio a una fiducia che non nasce dall’incoscienza, ma dalla conoscenza.
Ed è forse proprio questa la qualità più preziosa del documentario: raccontare come la competenza non coincida soltanto con il saper fare, ma anche con il saper stare dentro un luogo, riconoscerne la fragilità e accettare, poco alla volta, di diventarne parte responsabile.
Il bosco, del resto, non è mai un semplice sfondo. I suoi odori, il profumo della resina, l’umidità del terreno, il rumore del vento tra gli alberi, quello ritmico delle motoseghe e il peso degli strumenti di protezione restituiscono una dimensione profondamente fisica dell’apprendimento. È attraverso questa continua relazione con la materia che i quattro protagonisti costruiscono un nuovo senso di appartenenza, scoprendo che il lavoro può ancora essere un luogo nel quale crescere, conoscersi e trovare un equilibrio con ciò che ci circonda.
La loro esperienza finisce così per assumere un significato più ampio. Guardandoli è difficile non pensare a quanto, oggi, molte persone avvertano il bisogno di ritrovare un rapporto più autentico con il proprio tempo, con il proprio corpo e con il significato di ciò che fanno ogni giorno. Filippo, Melani, Silvia e Tommaso rappresentano in questo senso qualcosa di universale: la ricerca di un lavoro capace di lasciare una traccia concreta, di trasformare la paura in responsabilità, la fatica in consapevolezza e la competenza in una forma di cura.
Questa attenzione al rapporto tra lavoro, natura e crescita umana nasce dalla lunga esperienza dei due registi nel racconto della montagna e dei suoi territori più fragili. È un percorso costruito negli anni accanto a comunità che vivono quotidianamente il rapporto con la natura e che trova qui una naturale evoluzione nella scelta di osservare il bosco non soltanto come paesaggio, ma come luogo di formazione, di responsabilità e di crescita umana.
Non è un caso che il documentario abbia raccolto il sostegno del Dipartimento TESAF dell’Università di Padova, del Club Alpino Italiano, dell’Associazione Rete Donne Foreste e del Comune di Gallio. Il film restituisce infatti la sensazione di un’opera sentita come necessaria, capace di mettere in dialogo ricerca, istituzioni e territorio attorno a una domanda che riguarda tutti: come imparare, oggi, a prendersi cura di un ecosistema che il cambiamento climatico ci obbliga a guardare con occhi nuovi.
La risposta scelta da Lorenzato e Zarpellon non passa da teorie o dichiarazioni di principio, ma dall’osservazione concreta di questo percorso. A raccontarlo è una regia discreta, sostenuta dalla fotografia di Uber Mancin, che segue il bosco nelle sue continue metamorfosi luminose senza mai cedere alla ricerca dell’immagine spettacolare, e dal suono in presa diretta di Enrico Lenarduzzi, che restituisce tutta la presenza viva della foresta e del lavoro che la attraversa.
È un racconto che invita a rallentare il proprio sguardo, lasciando che siano i tempi della natura e dell’apprendimento a guidare il ritmo della visione. Forest – Il futuro ha radici antiche non è soltanto un documentario da vedere, ma un’esperienza da attraversare con disponibilità e ascolto. Un film che suggerisce, con estrema delicatezza, che prendersi cura di un bosco significa innanzitutto imparare a cambiare il proprio modo di abitare il mondo. E forse è proprio questo il dono più prezioso che lascia allo spettatore: il desiderio di rallentare, respirare più profondamente e ricordarsi che ogni radice, prima di sostenere un albero, insegna il valore del tempo, della pazienza e della cura.