Ci sono cose che abbiamo smesso di vedere fare per intero: un anello che nasce da un pezzo d’argento fuso, uno strumento che prende forma da un blocco di legno grezzo, una lastra di vetro che si piega alla fiamma. Non perché quelle cose siano sparite, ma perché il tempo che richiedono non entra più nei formati con cui siamo abituati a guardare il mondo, pochi secondi, un taglio dopo l’altro, un risultato già pronto. The Craftsman,  serie che troviamo attualmente in streaming su Amazon Prime ideata da Elisa Imperi e Daniele Fiorucci ( distribuita da Emerafilm), fa esattamente il contrario: in ventisei minuti mostra qualcuno che piega del ferro con le mani, e basta. Nessuna call to action, nessuna promessa di risultati immediati. È un attrito reale, non nostalgico, quello tra la vita che si misura in scroll e notifiche e le botteghe umbre raccontate dalla serie, dove il tempo si conta in colpi di martello, in fusioni d’argento che richiedono la temperatura esatta, in ore passate a intagliare il legno di uno strumento che magari suonerà bene solo tra vent’anni: due velocità che faticano a stare nella stessa inquadratura.

Elisa Imperi e Daniele Fiorucci, che la serie l’hanno scritta, diretta e prodotta, raccontano di averla fatta senza finanziamenti pubblici, investendo quella che chiamano “l’unica moneta che avevamo: il nostro tempo”. Non è solo una nota di produzione da mettere in fondo a un comunicato stampa: è coerente fino in fondo con quello che la serie racconta. Anche loro, in un mondo che finanzia contenuti pensati per essere consumati in pochi secondi, hanno scelto di costruire qualcosa lentamente, senza scorciatoie, senza garanzie. Il metodo rispecchia il soggetto, prima ancora di raccontarlo.

I cinque protagonisti che la serie mette in fila non li leggerei come “custodi del passato”, etichetta comoda che rischia di archiviarli in una teca. Valentina Monsignori è giovane, ha scelto l’oreficeria oggi, non l’ha ereditata per forza d’inerzia. Alberto Alunni ha trovato nella natura che lo circonda l’unica vera scuola per le sue sculture in ferro, una scelta che non ha niente di conservatore: è già, a modo suo, radicale. Federico Falaschi è andato in giro per l’Italia a imparare la liuteria e poi è tornato in Umbria per fare le cose a modo suo, che è esattamente il contrario del restare fermi per abitudine. Pierluigi Penzo e Angelita Francescangeli lavorano ancora in famiglia, cosa che alla mia generazione suona quasi come un’eresia produttiva, abituata com’è a considerare il lavoro qualcosa da cui scappare per costruirsi un’identità propria. Tutti e cinque hanno fatto, ciascuno a modo suo, una scelta controcorrente rispetto a chi è cresciuto insieme a loro: hanno scelto la lentezza non come eccezione ma come mestiere, come vita intera. Ed è proprio questo, più che il gesto tecnico in sé, a renderli destabilizzanti per chi guarda: vedere qualcuno che ha ancora tutta la vita davanti scegliere consapevolmente di fermarsi su una cosa sola, mentre tutto intorno spinge nella direzione opposta.

La cosa interessante è che la serie racconta tutto questo senza mai fare la morale. La regia si tiene fuori, lascia che siano i silenzi, le mani più che i volti, i rumori dei laboratori a occupare lo spazio che altrove sarebbe riempito da parole esplicative. Ed è paradossale, ma proprio questo linguaggio così poco “social” nella sua costruzione, niente spiegazioni veloci, niente didascalie, risulta perfettamente leggibile a un pubblico giovane abituato da sempre a leggere immagini prima ancora che testi. Non serve che qualcuno spieghi cosa provare guardando due mani forgiare un anello: lo si capisce dall’immagine, con lo stesso codice visivo con cui si leggerebbe un’inquadratura di pochi secondi su un social, solo che qui quell’inquadratura dura minuti interi e non chiede nulla in cambio.

L’episodio finale, quello in cui i cinque si ritrovano insieme a parlare del rischio concreto che il loro sapere si estingua, è il punto in cui la serie smette di essere un ritratto e diventa una domanda diretta. Non tanto “salviamo un mestiere”, quanto: cosa vogliamo fare, noi, del nostro tempo?

Quello che The Craftsman lascia addosso non è un elogio nostalgico dell’artigianato, né la tentazione di mollare tutto per andare a imparare a soffiare il vetro. È una domanda più scomoda, rivolta a chi ha ancora tutta la vita davanti e nessuna certezza su cosa farne: ha senso continuare a distribuirla su mille cose fatte in fretta, o vale la pena provare, almeno una volta, a fare bene una cosa sola?

Maria Luisa Lafiandra