Avevamo già segnalato la presenza di in streaming su Amazon Prime Video e Google Play di due cortometraggi firmati da Serge Turgeon, regista veneziano di origine canadese che ha fatto di Venezia non soltanto uno sfondo ma un vero e proprio interlocutore narrativo: Arcano Veneziano e Trench, due opere noir che parlano lingue diverse ma abitano lo stesso paesaggio interiore, quello di donne alle prese con qualcosa di più grande di loro, con l’ignoto, con se stesse. Ora li abbiamo voluti vedere e assaporare. Venezia, si sa, non è mai soltanto una città: è un labirinto, uno specchio, un luogo in cui la realtà sembra sempre sul punto di cedere a qualcos’altro, e Turgeon lo sa perfettamente, costruendo attorno ai canali e ai campielli un’atmosfera densa che diventa, fotogramma dopo fotogramma, uno spazio quasi psichico, uno spazio interiore proiettato all’esterno. Guardare questi due lavori di seguito è un’esperienza che lascia il segno, non tanto per le trame in sé quanto per ciò che riescono a smuovere in chi guarda: una sensazione di riconoscimento, di qualcosa toccato in profondità, come accade con il cinema che non si dimentica.
Arcano Veneziano, dodici minuti appena, è forse la forma più pura di questa poetica: una donna spinta da un senso di destino si mette sulle tracce di una presenza misteriosa che i canali riportano a galla ogni cento anni o due, e nel farlo si addentra sempre più nei segreti della città fino a perdere i contorni tra realtà e mito. È un thriller poetico, come lo definisce lo stesso regista, e la definizione è precisa perché qui la tensione non nasce da meccanismi di genere ma da qualcosa di più sottile: il peso del non sapere, il coraggio di andare avanti nonostante la paura, la scelta di non voltarsi. Adriana Tosi, protagonista del film, porta in scena una presenza silenziosa e magnetica, il tipo di recitazione che non spiega niente ma dice tutto, e il lavoro sull’atmosfera — i silenzi, i riflessi sull’acqua, la luce obliqua e quasi sempre incerta — trasforma ogni scena in una meditazione sull’ignoto. La componente sonora, firmata dal compositore veneziano Alessandro Garino (con base a Montréal, come il regista, e una carriera che spazia dal cinema ai videogiochi), è parte integrante di questa immersione: non accompagna le immagini, le amplifica, le fa respirare in modo che lo spettatore finisca per sentirsi dentro il labirinto insieme alla protagonista, a chiedersi la stessa cosa che si chiede lei: cosa c’è dall’altra parte, e vale la pena scoprirlo. È il tipo di domanda che il cinema migliore sa porre senza rispondere, lasciandoci con quella domanda addosso anche dopo che lo schermo si è spento.
Trench, quaranta minuti, è un film più lungo e più articolato, con un respiro più disteso che gli permette di scavare nelle pieghe del personaggio. La protagonista è una storica dell’arte brillante, razionale, costruita su una carriera e su un gruppo di amicizie intellettuali che le danno forma e senso, ma quando si trova a dover risolvere la scomparsa di una sconosciuta capisce che la sua mente da sola non basta: avrà bisogno delle persone che ha lasciato indietro, del quartiere operaio da cui viene, della venezianità che aveva deciso di mettere a tacere. C’è qualcosa di profondamente vero in questa storia, qualcosa che risuona in modo particolare per chi ha mai cercato di costruire un’identità tagliando il filo con le proprie origini, convinto che la crescita personale significhi allontanamento piuttosto che integrazione. La nota di regia di Turgeon è illuminante in questo senso: il film nasce dall’osservazione di come i veneziani abitino lo spazio pubblico, di come i rapporti umani si intreccino e si sfiorino nella quotidianità di una città piccola e immensa allo stesso tempo. E Trench è esattamente questo — un racconto di relazione, di comunità, di quanto abbiamo bisogno degli altri non nonostante le nostre debolezze ma proprio attraverso di esse. La musica, anche qui firmata da Garino, cambia registro rispetto ad Arcano Veneziano: è più terrena, più jazzata, più urbana, come si addice a un film che parla di strada e di persone, e il contrasto con la solitudine emotiva della protagonista crea una tensione sottile che accompagna lo spettatore per tutta la durata del corto.
Quello che rimane, dopo aver visto entrambi i film, è la sensazione di aver fatto un viaggio — non tanto a Venezia, ma dentro qualcosa che Venezia permette di toccare: una dimensione più silenziosa e più vera, in cui le certezze vacillano e ciò che si pensava di sapere su se stessi si rivela incompleto. È questo, in fondo, ciò che il cinema può fare quando è davvero cinema: non intrattenerci soltanto, ma aprire uno spazio in cui l’esperienza dello schermo diventa esperienza interiore, in cui una storia altrui diventa la nostra. Turgeon, con questi due cortometraggi, costruisce opere che non urlano — mormorano, come fa Venezia — e proprio per questo arrivano più in fondo. In un momento in cui siamo bombardati da immagini e stimoli, c’è qualcosa di prezioso nel fermarsi davanti a dodici o quaranta minuti di cinema che chiede attenzione e la ripaga con risonanza. È la prova che anche il formato breve può essere profondo, che anche uno spazio piccolo può contenere un universo — e che a volte ci vuole una città che affonda lentamente per ricordarci di stare a galla.