Ci sono passioni che, per misteriosi moti del tempo, finiscono nel cassetto e lì restano, silenziose, finché qualcosa non le richiama in superficie. A me è accaduto con questo Mandolin in Concert. Dopo una vita trascorsa tra archivi sonori, orchestre barocche e strumenti antichi, non avrei immaginato che un progetto discografico dedicato al mandolino potesse riportarmi così indietro — e così avanti — nello stesso istante.
Il progetto nasce dalla ricerca pluriennale di Francesco Di Giovanni, chitarrista e compositore che dal 2012 vive dall’interno la realtà dell’Orchestra a Plettro Costantino Bertucci, custode di una tradizione che, dagli anni ’90, rinnova senza nostalgia uno degli strumenti più profondamente radicati nella cultura italiana: il mandolino. È proprio questo incrocio di memoria e vitalità, tra scrittura contemporanea e una voce sonora antica come le nostre piazze, a rendere l’album così necessario.
Ascoltando le opere raccolte — dalla Fantasia alla Suite Marco Polo, dalla Sonata per Mandolino al Concerto per Clavicembalo e Orchestra a Plettro — mi sono sorpresa, io che il mandolino lo conosco da una vita quasi nascostamente, della sua rinnovata forza vitale. Di Giovanni non si limita a evocare un passato glorioso: lo attraversa con un gesto compositivo audace, spesso venato da un elegante respiro jazzistico, affidandosi alla sensibilità luminosa di Olena Kurkina e di Sonia Maurer, alla direzione attenta di Álvaro Lopes Ferreira, e a una compagine orchestrale capace di respirare insieme.
Nella Fantasia per Orchestra a Plettro, che apre il disco, emerge subito questa duplice natura: struttura classica, fraseggio antico, ma improvvise aperture che sembrano dialogare con un presente vibrante. I soli jazzistici del mandolino nei movimenti centrali non tradiscono la tradizione: la risvegliano.
La Sonata per Mandolino, per strumento solo, è forse il momento in cui più intensamente ho sentito affiorare un linguaggio che riconosco — quello dei miei amati strumenti barocchi — ma filtrato attraverso una sensibilità contemporanea, limpida e senza compiacimenti. L’Allegro ha il passo sicuro di una scrittura che conosce il proprio respiro; il Valzer apre una parentesi di grazia sospesa; il Presto finale è un piccolo turbine d’aria, moderno senza strappi.
Ogni brano contribuisce alla coesione dell’intero progetto, che non è una semplice raccolta di opere ma una vera esplorazione timbrica e culturale: la Suite Marco Polo si muove tra forme di danza che profumano di epoche lontane, mentre il Concerto per Clavicembalo e Orchestra a Plettro compie un gesto quasi rivoluzionario, riportando il clavicembalo — strumento che ho amato e studiato per anni — in un contesto del tutto inedito, dove il jazz diventa un terreno fertile, non un travestimento. Il risultato è sorprendente, elegante, necessario.
C’è un filo che lega tutto: una risonanza interiore che passa da un movimento all’altro, da ogni scelta timbrica, da ogni gesto interpretativo. Si avverte l’intenzione di raccontare lo strumento non come reliquia, ma come corpo vivo, capace di emozioni nuove.
Mandolin in Concert è un disco interpretato con grande eleganza, frutto di un’intesa profonda tra solisti, orchestra e compositore. Lascia un segno — non solo per la qualità musicale, ma per la sincerità con cui restituisce al mandolino una voce piena, attuale, sorprendente.
Invito davvero all’ascolto: non solo gli appassionati, ma chiunque voglia riscoprire come la musica possa ancora profumare di futuro anche quando parla con parole antiche.