Nicola Polizzi – fisico e docente – torna in libreria con un romanzo che scava nelle crepe emotive e sociali del presente, Qualche volta le nuvole sembrano isole, edito da Readaction Editrice. L’autore firma una storia che unisce introspezione e denuncia, ambientata in una città post-industriale dove i destini dei personaggi si intrecciano tra silenzi, mancate parole e violenze sommerse.
Un romanzo che si interroga sul senso della colpa, sulla fatica di denunciare e sulla fragilità di una società sempre più disorientata, restituendo un ritratto lucido e commosso del nostro tempo. Abbiamo chiacchierato con l’autore di questi temi.
Il romanzo affronta il tema della violenza di genere e la “fatica e paura di denunciare”. Come autore e cittadino, ritiene che la società e le istituzioni offrano un sostegno sufficiente alle vittime, o dove si annidano le maggiori lacune che il suo libro vuole evidenziare?
Credo che le istituzioni diano sì un valido sostegno alle vittime, ma che il problema sia ancora culturale. Spesso la vittima prova vergogna o addirittura senso di colpa e che quindi abbia remore nel denunciare una violenza subita.
Lei sottolinea l’incomunicabilità tra le generazioni e il ruolo cruciale, ma forse fallimentare, degli adulti. Quali specifici errori o assenze degli adulti nel romanzo riflettono, a suo parere, le dinamiche più problematiche del nostro tempo?
Ciò che è carente tra adolescenti e adulti è il dialogo educativo. Si delega troppo alla scuola che spesso fa fatica ad essere autorevole in un mondo dominato dall’immediatezza dei social. Siamo passati da una vecchia generazione che aveva metodi autoritari all’esatto contrario. C’è una tendenza da parte dei genitori a darle tutte vinte ai figli pur di non avere problemi, perché dire di no comporta un’assunzione di responsabilità. Facendo così però l’adulto si scredita e viene meno il suo essere un punto di riferimento autorevole.
La città industriale di Marilia è lo sfondo delle fragilità umane. Quanto è importante l’ambientazione nel condizionare le vite dei personaggi, e in che modo l’atmosfera di una “città industriale” accentua i temi di alienazione e precarietà?
L’ambiente in cui si cresce è fondamentale nella formazione della personalità. Marilia è un luogo post industriale. Della fabbrica è rimasto solo lo scheletro fumante circondato dai casermoni popolari attorno. La condizione di alienazione è ancora più marcata.
L’editore Readaction si definisce “la casa dei talenti letterari, quelli che vengono schiacciati dal dominio della produzione commerciale.” Crede che un romanzo che affronta temi così delicati e complessi fatichi a trovare spazio nel panorama editoriale mainstream?
Certamente il mio romanzo non è tra i generi più in voga, gialli e romance. Tuttavia voglio essere ottimista e credo che il mio libro possa avere un minimo di spazio commerciale. In fondo è un affresco della nostra società e tante persone possono riconoscersi nella storia che racconto.
